Il canto come adorazione - Vieni Santo Spirito

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Il canto come adorazione

Preghiere e modi di pregare
Il canto come adorazione
Cantate inni a Dio, cantate inni con arte (Sal 47)
L’adorazione e il canto sotto la guida dello Spirito

Gli animatori del ministero del canto non compiono il servizio esercitando un talento umano, ma un dono di Dio e con la grazia di Dio. Un articolo denso di interesse e sempre attuale di un maestro delle prime corali, Matteo Calisi, ora membro dell’ICCRS. Testo tratto dalla documentazione storica del Rinnovamento.

Dobbiamo ringraziare il Signore per la diffusione sempre più numerosa e qualitativamente migliore di gruppi di animatori del canto. Ma non basta cantare, non basta cantare bene tecnicamente. Ciò che conta è come si canta, con quali atteggiamenti, e da chi si è guidati nel canto.
Uno degli atteggiamenti interiori che più spesso vengono espressi con il canto è quello della adorazione.
Che cosa significa, solo per sommi capi, adorare?
Si tratta di un concetto antichissimo a proposito del quale nella sacra Scrittura troviamo ampie possibilità di riflessione.
Anche i pagani cercavano di esprimere, nella loro religiosità, il desiderio di comunicazione con il dio o la dea cui si rivolgevano. Uno dei gesti più frequenti era quello di portare una mano alla bocca (ad os = adorare) per tendere poi quella stessa mano verso la divinità, quasi a volerne prendere un contatto fisico.
Secondo gli specialisti di antropologia religiosa sarebbe questo un gesto quasi insopprimibile in molte forme di culto. Fra l’altro, possiamo notare quanti cristiani, una volta fatto il segno della croce, istintivamente, perché abituati fin da bambini, portano la destra alla bocca e mandano una «specie» di rapido bacio all’immagine di fronte alla quale si sono «segnati», e chi sa quanti, per non averci mai riflettuto abbastanza, sono convinti che quel gesto «fa parte» del fare il segno della croce!

Ma l’adorazione è raramente disgiunta anche dal desiderio di prostrarsi davanti a colui che è il santo per eccellenza, è il totalmente altro, di fronte al quale, presi allo stesso tempo tanto da un sacro reverente timore e quanto da una forma di attonito rapimento, si sente istintivo il desiderio — fisico diremmo — di piegare le ginocchia e raccogliere tutta la persona in un gesto altrimenti inesprimibile di profonda adorazione.
Potrebbe sembrare alquanto strano ma, alle volte, proprio in tale stato di adorazione, prostrazione, annichilimento di se stessi davanti al Signore può accadere che sentiamo sgorgare spontaneo dal nostro cuore proprio il canto.
Ripetiamo: può sembrarci strano, perché in realtà saremmo istintivamente portati a pensare che l'adorazione dovrebbe essere muta, silenziosa, data l’estrema difficoltà per la creatura di esprimere 1’inesprimibile davanti al suo Creatore.
In realtà, quando nei nostri gruppi di preghiera ci riuniamo per pregare è inevitabile che, a poco a poco, si passi dalla preghiera al canto e da questo all’adorazione.

In una specie di moto interiore che si alterna misteriosamente nel nostro spirito, lo Spirito ci attrae irresistibilmente verso Dio, ci volgiamo a lui e adoriamo prostrandoci, cantando e lodando, per passare poi di nuovo all’attenzione su noi stessi, trascinati dalla debolezza della natura umana, e ancora, di nuovo veniamo risospinti verso Dio. A mano a mano che ci soffermeremo più a lungo, più stabilmente, sull’adorazione e sulla lode, troveremo più facile non farci riattrarre dal mondo con i suoi pensieri, e più potente sgorgherà il canto: di ringraziamento, di lode, di adorazione, in qualsiasi modo possa essere espresso: con parole nostre o «in lingue».

Naturalmente anche da parte nostra dovrà verificarsi una precisa «collaborazione» alle mozioni dello Spirito: non dobbiamo lasciarci distrarre dalla musica in se stessa, come dalle chitarre o qualsiasi altro strumento e dalla melodia proprio perché tutto ciò potrebbe divenire un ostacolo alla nostra più attenta concentrazione sulla persona di Gesù, al centro della nostra preghiera. La nostra prima preoccupazione deve diventare quella di guardare verso Dio, sentire quanto più sia possibile la sua vicinanza, abbandonargli il nostro cuore e le nostre preoccupazioni umane  per favorire piuttosto, in ogni modo, il rimanere di Cristo in mezzo a noi.
Ciò gli permetterà di condurci dove Egli vorrà, secondo la guida dello Spirito. In due parole, sarà indispensabile realizzare in noi l’atteggiamento del salmista che afferma:
«... fin dal mattino ti invoco e sto in attesa» (Sal 5,4).

Leggendo attentamente i Salmi, che sono testi di canti — non dimentichiamolo — rivolti a Dio da Davide e da altri autori ispirati dallo Spirito, scopriamo che tanto questi, quanto il re-profeta, avevano capito un elemento molto importante, che si propone naturalmente anche oggi per noi: l'importanza cioè di restare in attesa, in trepida aspettazione.
Davide aveva scoperto il segreto della lode, ecco perché pur con tutti i suoi problemi, le sue umane carenze, quando entrava alla presenza di Dio, lodando e glorificando il suo santo nome si manifestava la «shekinà»: la gloriosa presenza dell’Altissimo. Ed è quello che dobbiamo fare anche noi.

Da quanto si è detto, gli animatori del canto, in particolare, devono trarre una conclusione logica e necessaria: il restare in attesa, la trepida aspettazione, l’adorazione, la lode, e soprattutto la presenza del Signore non possono trovare luogo nella superficialità dell’esercizio del ministero.
Ci si riferisce in modo particolare al fatto che occorre avere il pieno controllo delle proprie azioni, dell’animazione, della presenza alla propria mente per impedirle il divagare.
Se lasciamo alla nostra mente ed al nostro cuore di vagare liberamente, automaticamente non permettiamo a Dio di darci la sua guida, quella dello Spirito santo. Con il tempo ci troveremo nella situazione aberrante di cercare ostinatamente di voler condurre, noi, un nostro lavoro per un verso, mentre Dio lo sta di fatto conducendo altrove.



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