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La danza sacra

Preghiere e modi di pregare
La danza sacra
“Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore” (2 Sam 6, 14)
LA DANZA SACRA
Intervento di p. Narcisio Casanova, OSB, dalla documentazione storica del Rinnovamento

I Padri e gli scrittori ecclesiastici ci dipingono volentieri gli angeli e i santi occupati nell'esecuzione di danze e nel canto di lodi a Dio. Questa concezione è rimasta familiare alla liturgia cristiana.
È per tanto in piena conformità con lo spirito della Chiesa che alcuni scultori e pittori come Donatello, Guido Reni, Botticelli, hanno rappresentato nelle loro opere gli angeli raggruppati in movimenti di danza.
Nel culto ufficiale della Chiesa, però, non si può dire che la danza sia entrata come elemento integrante, come fu praticata presso i giudei in circostanze solenni.
Ma dobbiamo riconoscere che di fatto, in tutti i secoli, la danza è stata una pratica comune in molte chiese della cristianità. Qualche volta è il popolo che, nei giorni di festa, voleva testimoniare la sua gioia davanti o nei dintorni del luogo sacro, e perfino nell'interno delle chiese.
A volte sono gli stessi preti che, sempre nelle grandi solennità, non ebbero scrupolo ad organizzare vere danze nelle navate del tempio.
Quale fu l'atteggiamento della Gerarchia in presenza di questi costumi? A volte essa li ha condannati per bocca dei suoi dottori o attraverso dei concili; altre volte è stata tollerante, di una tolleranza che si estende fino ai nostri giorni per tradizioni che risalgono a un passato lontano.
La danza rituale è un fenomeno conosciuto da tutti gli studiosi delle religioni. Essa ha un posto importante nei culti dei popoli primitivi. Essendo stata la pratica della danza rituale tanto estesa nel mondo antico, è interessante vedere l'influsso che ha potuto avere sui cristiani dei primi secoli.
Clemente di Alessandria (Protrepticos, XII, 120,1), nel testo che citerò più avanti parla in metafore, ma il suo linguaggio doveva avere un certo riscontro nella realtà.
S. Ambrogio dice: "Totum enim decet quidquid defertur religioni, ut nullum obsequium quod pertineat ad cultum et observantiam Christi erubescamus", cioè:
"È decoroso tutto quanto ha pertinenza con la religione; in tal modo non dobbiamo vergognarci di nessun ossequio che appartenga al culto e alla riverenza di Cristo".
Il Vescovo di Milano non condanna tutte le danze: anzi ammette le danze oneste che trova associate al culto (Depoenitentia, II, 6).
La pratica della Chiesa non ha seguito, per quello che riguarda la danza rituale, una evoluzione rettilinea. In principio non si è visto niente di pagano nella danza, e non sembra, d'altronde, che essa sia stata presa direttamente dal culto pagano. Questo è successo solo più tardi e per alcune danze.
All'inizio la Chiesa sembra aver usato la danza abbastanza liberamente. Quest'arte è stata combattuta non per sé stessa ma per gli abusi nei testi o nei gesti. Però la persistenza del costume mostrava che la danza rituale era stata strettamente unita al culto cristiano e che essa rispondeva in qualche maniera a una necessità dei credenti.
Senza ispirazione divina — disse Platone — non vi può essere né musica, né poesia, né danza.
Se la musica, la poesia e la danza, quali parti inscindibili di un tutto armonioso d'origine divina devono avere in sé qualcosa di divino e di santo, la Chiesa di Dio ha sentito e continuerà a sentire questo senso di divino o di santo che spira dalla danza.
E, difatti, la sua liturgia ed i suoi scrittori migliori, quando ci descrivono il Paradiso, immaginano gli angeli e i santi tutto intenti in canti ed in allegre caròle (antichi balli in tondo di più persone che si tengono per mano) per dimostrare riconoscenza al Re della gloria.
Ed è per questo che 1a Chiesa — come ho detto all'inizio — non ha mai espulso dai suoi santuari sculture e pitture atteggianti angeli, santi e movimenti di danza. Sappiamo come paesi d'altri continenti abbiano la danza nei loro culti religiosi. Ma anche da noi, in Europa, doveva essere così in passato.
Civiltà semita la nostra ed ariana, filtrata dalla cultura dei greci, degli etruschi e dei romani, doveva essere sin da principio la civiltà dell'armonia, anche perché purificata attraverso un lavoro tenace e profondo dalla nuova religione di Cristo, dove tutto è per natura armonioso e nell'armonia si risolve, comprese le apparenti dissonanze, come assicura S. Agostino (De ordine). Renato Torniai nel suo libro La danza sacra, Roma, E.P., 1951, dopo uno studio sulle manifestazioni artistiche delle diverse culture, arriva a due conclusioni:
·        La musica, la poesia e la danza, fedele espressione di natura, dovranno trovarsi sempre riunite nelle diverse manifestazioni religiose etiche ed intellettuali di tutti i popoli.
·        La musica, la poesia e la danza, parti inscindibili di un tutto armonioso di origine divina, avranno in sé qualcosa di divino o di santo, di cui saranno fedele espressione.
·       
Non dobbiamo dimenticare che il teatro in genere ha sorgenti sacre, e che quello italiano in specie rinasce a nuova vita in seno o all'ombra della Chiesa; e dobbiamo ricordare che la danza è parte del teatro.
Molto opportune le parole con le quali un liturgista moderno riassume pensieri già noti al Medioevo ed anche prima:
"La liturgia è un esercizio, è azione, è vita. Nei libri essa sussiste appena stato di potenza... Le sue orazioni e i suoi canti sono destinati a essere uniti a cerimonie.
Per comprenderli e apprezzarli è dunque necessario collocarli nell'edificio totale della liturgia, restituirgli il loro carattere organico, pubblico e gerarchico; è necessario, in una parola, drammatizzarli
Più ardite le affermazioni di R. Montfort ne La revue musicale (1922-23, pag. 247):
“È desiderabile che la danza rituale sia presto ristabilita tra le cerimonie della Chiesa cattolica. Essa non è se non il risultato, come la conclusione del movimento intrapreso dai Benedettini di Solesmes infavore del rinnovamento della liturgia...”
La liturgia delle nostre chiese è un riflesso della liturgia celeste.
Verso la fine del 20° secolo, Clemente Alessandrino fa il confronto fra le danze dei riti pagani, con le sacerdotesse di Bacco scatenate in balli orgiastici e la danza delle ragazze cristiane; quindi invita il pagano perché “venga anche lui a godere le gioie di altri baccanali, dove non folleggiano più le Mènadi... ma le figlie sante d'Iddio.
Allora anche tu potrai danzare insieme con gli Angeli, intorno a Colui che non ha né principio né fine, perché è realmente il solo Dio; mentre Iddio Verbo canterà inni insieme con noi" (Cohortatio ad Gentes, XII, MG 8, 240-1).
Sant'Alfonso Maria de' Liguori, dottor della Chiesa, afferma:
"Le danze non sono di per sé da condannarsi, perché sono un segno di gioia. Quando i santi Padri le condannano, non intendono che quelle oscene ed i loro abusi" (Theologia moralis, I, 1, III, Tr IV, c.II, ad dubiun I, n. 429, Romae, ed. Vaticana, 1805).
I moralisti, quindi non hanno mai con dannato la danza. Se la danza è per sua natura religiosa ed incomincia sempre là dove la poesia, ad una poesia che trae i suoi motivi essenziali dalla religione, non solo, ma è attivamente ispirata dal fondatore stesso di questa religione, Iddio unico e vero, allora non ci dovrà ripugnare danza.
"Per me danzare pregare — dice Padre Barboza, missionario verbita — Una meditazione in cui il danzatore esperimenta Dio cerca di trasmettere la sua esperienza ad altri".
Padre Barboza è conosciuto come il prete danzatore indiano che predica il Vangelo danzando secondo i ritmi della cultura e delle tradizioni del suo popolo. E oggi un poco dappertutto anche in Europa si sta ritrovando la lode del gesto, si sta riscoprendo la lode del corpo, di modo che la Buona Novella sia annunziata con canti ritmici, con danze e pantomime.
Così alla poesia e alla musica non manca la danza, e al nostro culto viene associato pienamente il nostro corpo e i nostri giovani — e anche gli adulti — trovano in chiesa una forma di esprimersi a loro connaturale.
(p. Narcisio Casanova, OSB)
Un esempio di danza sacra lo trovi in questo filmato:

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