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Chiamati a essere discepoli

Vita spirituale
Siamo chiamati a essere discepoli (don Dino Foglio)
Siamo chiamati a essere discepoli
Don Dino Foglio
(Dalla omelia conclusiva della IX° convocazione Nazionale)
 
“Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano.”
(Giovanni 10, 27-28)
1. Chi è il discepolo?

Il discepolo è colui che segue e obbedisce a Cristo. Questo è l’aspetto fondamentale: ciò che rende l’uomo discepolo è il suo riferimento a Cristo Gesù.
Il verbo che viene usato nel Vangelo per sottolineare il movimento di un discepolo è il verbo seguire. Si parla sempre di qualcuno che segue Cristo, che segue una persona. Non troveremo mai scritto che il discepolo lo segue per una idea, per una filosofia o per motivi culturali, Segue Cristo Persona: da Lui dipenderà interamente tutta la sua vita. Il Vangelo non dice dove va Cristo: Egli parte, va.
Anche il discepolo è essenzialmente colui che parte, colui che rivive la stessa esperienza spirituale di grandi personaggi dell’Antico Testamento, come per esempio Abramo.
Il discepolo riprende il cammino, l’avventura di Abramo: Dio lo chiama dalla sua terra, lo invita a partire, e Abramo non sa dove va.
Cosa succede una volta che un discepolo ha cominciato a seguire Gesù?
Verrà il momento in cui sembrerà che il Cristo stesso che l’ha chiamato sia scomparso, che sia tutto un inganno, che tutto vada a fondo, come una barca sbattuta dalla tempesta: ecco la prova.
E’ allora che dinnanzi alla paura, al dubbio, Cristo che l’ha chiamato lo rimprovera come con gli apostoli sul lago di Tiberiade: Perché avete paura, uomini di poca fede?
Animato solo dalla fede in Lui, senza alcuna sicurezza se non in Lui, che diventerà “centro della vita”, si abbandonerà completamente al Maestro, come gli apostoli, come Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.
Il discepolo sarà disposto a sacrificare tutto, a perdere, a morire, tentando “tutto” in Cristo, senza aspettarsi nulla da nessuno: interiormente “autonomo” e “profeta” del proprio tempo.


Il discepolo è colui che serve in nome di Cristo.
Non per i propri ideali, per la propria realizzazione. Serve facendo scelte radicali, sia a livello personale che di vita.
Serve facendo fallimento nella propria vocazione. I vangeli insistono su questo. Sembra quasi necessario che il discepolo fallisca; è questo il modo per rendersi conto che seguire Cristo non è la stessa cosa che seguire se stessi. Quante volte abbiamo voluto ricominciare, impostare la nostra vita sul servizio e poi ci tiriamo indietro, lo spirito borghese, le comodità ci riprendono, il potere ci tenta e ci seduce e finiamo per vivere una insignificante mediocrità, isolati, non riconosciuti né capiti. Dei veri “sradicati nel mondo”.

Il discepolo è colui che muore e risorge con Cristo
E’ forse la realtà umana e spirituale più profonda che c’è nel cristianesimo. Se dovessimo spiegare a chi non è cristiano, ad un ateo, un buddista o un musulmano, chi è il cristiano, qual è la sua esperienza di discepolato, dovremmo cominciare da qui, dal fatto della morte e risurrezione di ogni uomo giorno dopo giorno, e come nel Cristo tutto questo acquisti un senso.
Il discepolo è soprattutto colui che ha questa visione del mistero della vita, che sa cogliere il perché del continuo scandalo del dolore, del male, della sofferenza.
Il discepolo guarda tutto ciò che è mistero in riferimento a Cristo.
Il discepolo è chiamato a lottare contro il male, ma non è chiamato a vincere.
Il discepolo accompagna Gesù fino a Gerusalemme, che lo vede Messia sconfitto, condannato alla croce; il servo di Jahvé, riprovato dagli anziani, disprezzato, abbandonato da tutti, che fallisce la sua vita sulla croce.

In questo modo, seguendolo passo passo diventa “uomo nuovo”,
-salutando nei momenti di oscurità e di croce i momenti di crescita e di maturazione;
- accettando il limite del suo servizio sofferto e misterioso, solidale con l’altro che incontra ogni giorno a con il quale vive;
- guidato dalla sapienza e in comunione con tutti gli sconfitti, i vinti, i deboli che percorrono la via del Calvario e ripetono qualcosa della passione di Cristo;

Il discepolo diventa così profezia e novità nel mondo, in mezzo a una generazione adultera e peccatrice, dove trova la sua frontiera e il suo confine col male, col peccato e con la potenza maligna. Là è il suo posto.

Fratelli, sorelle, tutti noi nel giorno del nostro battesimo, della nostra cresima e altre volte nell’arco della nostra vita, particolarmente nel giorno della nostra effusione, abbiamo accettato di seguire Gesù, di obbedire alla sua parola, di incamminarci con Lui fino a Gerusalemme, per morire e risorgere con Lui.
E’ questa la nostra divisa? Il nostro stile di vita? La nostra scelta da quando camminiamo nella vita dello Spirito?
Siamo disposti a far morire noi stessi per servire i fratelli? Oppure più preoccupati delle nostre idee, dei nostri progetti, della nostra realizzazione, soddisfazione, comodità e gratificazione?  Siamo chiamati a dare una risposta, oggi.


PROTAGONISTI DI UNA CHIESA RINNOVATA

Siamo chiamati ad essere discepoli per essere protagonisti di una Chiesa rinnovata, protagonisti di una nuova Gerusalemme, di una città santa, bella, credibile e più amata. Quale Chiesa?
La nostra Chiesa: quella di Giovanni Paolo II, la Chiesa delle nostre diocesi, delle nostre parrocchie. La Chiesa ancora descritta nel libro degli Atti, 4,32.
“La comunità dei credenti era un cuor solo e un’anima sola, e nessuno diceva essere proprio ciò che apparteneva a lui, ma tra loro era tutto in comune.”

Ecco il quadro della comunità cristiana:
  • Era una moltitudine “di credenti”; neofiti che venivano dalla cultura greca ed ebraica, pagani come ad Antiochia, credenti di estrazione giudaica come a Gerusalemme.
  • Credenti in comunione tra loro, di un cuore e di un’’anima sola. Il binomio cuore e anima è espressione biblica che indica la totalità della persona umana.

E’ chiaro, pertanto, il messaggio per chi vuole essere discepolo di Cristo:

Primo messaggio: siamo chiamati a vivere l’oggi della storia.
Dall’evento della Pentecoste, a una vita vissuta nello spirito della Pentecoste.
L’irruzione della forza divina dello Spirito genera nei credenti una situazione permanente di vita nuova che, pur vissuta sulla terra, ha la sua sorgente nella potenza dello Spirito che viene dall’alto: l’Effusione dello Spirito a Pentecoste.
La comunione di quella moltitudine stimola e prepara la discesa dello Spirito e ne è, poi, il frutto tangibile.
Potremmo domandarci se nei nostri gruppi, nelle nostre comunità di credenti ci sia lo stesso atteggiamento della prima comunità cristiana, quando si prepara il clima per l’effusione dello Spirito e se i frutti che ne seguono ne sono la conferma.

Secondo messaggio: La comunione fraterna si esprime nella condivisione dei beni.
Beni spirituali e beni materiali. Si esprime nella comunione gerarchica dei fedeli con gli apostoli, facendo centro il banchetto eucaristico, l’unità e la concordia, non come espressione intimistica racchiusa nella sfera della coscienza, ma manifestata in un atteggiamento di fraterna solidarietà che guidava l’uso comune delle proprietà, rapporto fraterno totalizzante la persona del credente, nel suo essere, nel suo avere, nel suo agire.
Possiamo dire che tale è pure La nostra comunione fraterna, la nostra condivisione dei beni, spirituali e materiali?
Siamo usciti dal cenacolo della nostra prima ebrezza del gruppo o della comunità, oppure siamo rimasti nella intimità del piano superiore, dimentichi dei nostri rapporti con la comunità ecclesiale?


Terzo messaggio: quello delle prime comunità cristiane era un ideale da perseguire piuttosto che una storia da documentare.
Luca descrive appunto la comunione dei cuori e dei beni come una realtà di una Chiesa nascente dove l’azione dello Spirito santo era particolarmente forte come un traguardo ideale per i cristiani e i discepoli di tutti i tempi.
E’ questo il quadro quasi idilliaco che spesso si troverà in contrasto con le tensioni che si verificheranno poi nei primi trent’anni della vita della Chiesa, come ad esempio nella confluenza tra ellenisti ed ebrei nell’unica comunità, nella controversia fra circoncisi e no, oppure nelle frequenti divisioni, come ad Efeso e a Corinto, che faranno dire a Paolo: “Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri (Fil 2,4). Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui (1 Cor 10, 24).
Siamo anche noi, sono pure i nostri gruppi o le nostre comunità credenti in consonanza con questo tipo ideale di Chiesa? Ci vogliamo veramente bene? Siamo disposti a tutto pur di non sacrificare i fratelli, l’amicizia, l’unità, la concordia, l’amore sincero, che è il cuore della comunità e del gruppo?

III PAOLO E BARNABA

La Parola ci indica un esempio preciso, nelle persone di Paolo e Barnaba.
Potremmo domandarci: come hanno potuto diventare protagonisti dell’amore e dell’unità nella Chiesa nascente, passando da Istra a Iconio, da Antiochia a Perge e a tutte le comunità della Pisidia e Panfilia? Perché furono fedeli alla legge dell’amore, dono di Dio, comandamento nuovo, prefigurante cieli nuovi e nuova terra, il mondo nuovo inaugurato da Cristo.
Solo questa novità di vita in Dio che irrompe nel vecchio mondo, rigenerandolo, segna la svolta di un vero rinnovamento nostro personale, dei nostri gruppi e della Chiesa tutta.
Da questo riconosceranno tutti che siete miei discepoli; non si può amare restando chiusi in noi stessi, quando Gesù e gli apostoli hanno offerto sé stessi per gli altri.

Non dimentichiamo:

La comunità, animata e costituita dall’amore, deve stare ben visibile di fronte al mondo, a tutto il mondo, come l’alternativa della fraternità all’egoismo, della vita alla morte, della libertà alla schiavitù.
I discepoli con il loro amore fraterno devono mostrare rapporti nuovi, credibili, una nuova umanità basata sulla testimonianza, l’annuncio e la missione.
L’amore fraterno è il luogo in cui Cristo stabilisce la sua dimora, e si fa presente, il luogo in cui si vive il vero rapporto con lui. Infatti Giovanni dirà “Se ci amiamo scambievolmente Dio dimora in noi e l’amore di Lui giunge in noi a perfezione” (4,12)
Amore gratuito universale che si articola come epifania di Dio, che vede in Cristo il modello e la misura nel “come io ho amato voi” (15, 12) che esce dal chiuso della comunità e si dilata, missionario, fecondo, e spinge alla partenza perché diamo e portiamo frutto.
E’ Paolo che scrivendo ai Corinzi ci dirà: Vi mostrerò la via migliore, quella percorsa da Cristo, e con una serie di paradossi ci dimostrerà cosa sarebbe la sua vita senza amore: un bronzo sonante, un tamburo che fa frastuono, il niente.
Pertanto non fa meraviglia che Paolo ci dica: Inseguite l’amore, lasciatevi prendere dall’amore.
La via dell’amore non è facile da percorrere: allo scopo bisogna lasciarsi afferrare da Cristo. Questo, fratelli, è il nostro ideale. Decidiamo, con coraggio, questo santo viaggio!


Ancora una volta l’invito di Gesù: Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete l’amore gli uni per gli altri. Ecco la sintesi:
I) Dobbiamo essere discepoli di Gesù. Lo dobbiamo essere:
  • Come cristiani.
  • Come cristiani rinnovati nello Spirito.
II) Ci vuole suoi discepoli:
  • Perché vuole “dimorare con noi e formare un solo popolo”.
  • Perché vuole “fare nuove tutte le cose”.
  • Perché vuole “preparare una nuova Gerusalemme”.



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