Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono - Vieni Santo Spirito

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Non c'è pace senza giustizia, non c'è giustizia senza perdono

Riflessioni senza pretese
Non c'è pace senza giustizia
E’ giusto “mettere a tacere” le ingiustizie?
“NON C’E’ PACE SENZA GIUSTIZIA, NON C’E’ GIUSTIZIA SENZA PERDONO”

Queste parole furono proclamate da Giovanni Paolo II il 1° gennaio 2002, con il suo messaggio per la XXXV giornata mondiale della pace, poco dopo i tragici fatti dell’11 settembre 2001.
Diceva il Papa Santo: “La Chiesa desidera testimoniare la sua speranza, basata sulla convinzione che il male, il “mysterium iniquitatis”, non ha l’ultima parola nelle vicende umane”. E aggiungeva: “Offri il perdono, ricevi la pace”.
Parole di alto valore spirituale, cui si sono cui si sono aggiunte recentemente quelle di un altro pontefice, Francesco, in quale molto concisamente ha detto: “Se qualcuno offende la mia mamma, io gli dò un pugno”.

L’apparente contraddizione non esiste. Entrambe i pensieri sono legati alla natura dell’uomo che, secondo Paolo, è «spirito, anima e corpo» (Ts 5, 23). Più puntualmente, in altri testi, Paolo parla dell’uomo nuovo, figlio dello Spirito, e dell’uomo vecchio, figlio della carne, che convivono in noi.
Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto" (Rm 7, 14).
Dunque, messo di fronte all’esigenza di perdonare, nell’uomo nascono due risposte. Una, più pronta e generosa, che viene dal suo essere uomo nuovo, il quale si riconosce peccatore e sa di essere stato giustificato da Gesù nonostante il suo peccato. L’uomo figlio dello Spirito perdona generosamente.
Poi c’è l’altra risposta, quella più dura, più difficile, dell’uomo di carne. La carne soffre: inchiodata all’ingiustizia la carne sanguina, la mente si offusca, perde la sua serenità ed il dolore supera le buone intenzioni.

Come si può chiedere ad una mano inchiodata di tendersi nel gesto della riconciliazione?
Dunque, la carne ha bisogno che il chiodo sia tolto, ha bisogno che l’unguento della giustizia sia spalmato sulla sua ferita, prima di riuscire ad elaborare il perdono.
L’uomo spirituale delega a Dio il compimento della giustizia, non ha neppure bisogno di vederla realizzata, e in questa consapevolezza trova una pace che dipende esclusivamente dal suo perdono.
L’uomo di carne, invece, non può trovare pace se prima non vede compiersi la giustizia. Una parte dell’uomo esige (esige) la giustizia prima (prima) di concedere il perdono.

Il buonismo esercitato da molti che pretendono perdono e pace dal cuore di carne offeso, senza offrire il contrappasso di una reale giustizia visibile nella carne, è velleitario e demagogico, e non è neppure cristiano.
Vediamo ogni giorno esempi di falso buonismo. Ultimo, il mandante condannato dell’assassino Calabresi che viene chiamato a fare il consulente del Ministero della Giustizia. Per non parlare degli omicidi automobilistici perpetrati da ubriachi e drogati, assolutamente non perseguiti. Se nella società “civile” queste contraddizioni sono all’ordine del giorno, non può essere così nel corpo di Cristo. Chi ha responsabilità nella comunità cristiana deve sapere che, se reprime l’urgenza di giustizia delle vittime e “mette a tacere” per il quieto vivere, si carica sulle spalle lo stesso peccato del persecutore.
Benedetto il pugno di Papa Francesco!


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