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Quando un gruppo diventa comunità

Vita comunitaria
Quando un gruppo diventa comunità
Il nostro modello è Atti 2, 42
QUANDO ALCUNI GRUPPI DIVENTANO COMUNITA'

“Che i nostri gruppi scelgano di diventare delle comunità! Atti 2, 42 rimane il nostro modello.” (Dalle conclusioni di Salvatore Martinez alla Convocazione nazionale 2015)
Vi è un'affermazione della teologia spirituale che dice: "Chi non cresce muore".
La crescita è infatti una legge della vita: vale per quella animale e vegetale, e ancora di più per quella spirituale.
Una pianta, un animale, e così l'uomo, sono sempre in una condizione di "movimento", di trasformazione, altrimenti non sarebbero vivi.
Dal punto di vista spirituale questo è ancor più vero perché, se non si vuole morire, bisogna crescere nella conoscenza di Dio, nell’amore, e fruttificare, altrimenti non si torna solo indietro, ma si muore.
Questo accade per mancanza di perseveranza e di gioia nella preghiera. Si vive perciò un’aridità spirituale, non voluta da Dio, un disimpegno, un ripiegamento su se stessi e un risveglio del proprio egoismo.
Ma tutto ciò significa già morte, come una pianta che, se veramente viva, non smette mai di produrre germogli, foglie, fiori e frutti.
Tutto ciò vale sia per le persone sia per i gruppi. Pensiamo alla legge fondamentale dello Spirito nella quale si realizza essenzialmente la vera crescita spirituale, e cioè l’amore che unisce sempre di più al Signore e ai fratelli.
è quello che Gesù ha espresso nella sua preghiera sacerdotale: "Siano una cosa sola, come io e te, Padre, siamo una cosa sola" (cfr. Gv 17,20-21).
Il gruppo cresce quando cresce verso l'unità, verso la comunione, verso quindi una forma più o meno stabile di comunità.
Se il gruppo cresce nel suo insieme, o se almeno lo fanno alcuni fratelli e sorelle, arriva il momento in cui essi si sentono comunità: uno stare insieme più gioioso e più ricco, una comunione più profonda.
Così sono nate e nascono continuamente in seno al Rinnovamento molte comunità che, anche a Rimini, durante la Convocazione Nazionale, danno la loro testimonianza e hanno momenti di incontro significativi e di confronto.
In alcuni casi sono fratelli e sorelle di gruppi diversi che avvertono l'esigenza di crescere insieme in comunità, e condividono preghiere e ritiri perché sentono che l'incontro settimanale di preghiera non basta più; hanno infatti bisogno di condividere maggiormente la loro vita con convivenze, con iniziative, e chiedono al Signore di conoscere la sua volontà e la "direzione" verso cui procedere per essere una comunità secondo il suo cuore.
Accade anche che tutto il gruppo di preghiera cresca a tal punto da diventare una vera e propria comunità, quindi agli incontri periodici se ne aggiungono altri (eucaristia, catechesi, convivenze, verifiche, ecc.) che lo arricchiscono e lo fanno maturare nella fede.
Nella comunità, in maniera privilegiata, si realizza pienamente la promessa del Signore: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20).
In essa, infatti, si vive l'unità in modo più concreto e stabile, e lo Spirito Santo agisce quindi con più potenza. La comunità è infatti uno strumento privilegiato in cui il Signore manifesta i suoi disegni.
Certamente vi sono gruppi che, pur continuando a chiamarsi tali, sono già vere e proprie comunità, in altri invece vi sono solo alcuni fratelli che, senza staccarsi dal gruppo, senza contrapporsi ad esso o senza sentirsi migliori, fanno, nell'umiltà e a volte nel nascondimento, un cammino comunitario.
Così come esistono comunità che non riescono a realizzare una comunione profonda e pur chiamandosi comunità fanno lo stesso cammino dei gruppi. C'è però un momento particolare nel corso del cammino, nel quale si può decidere di fare questo salto di qualità; ma qual è il momento più adatto?
Forse il tempo del Signore può essere quello in cui si manifestano il desiderio di incontrarsi più spesso, una maggiore apertura verso gli altri, un desiderio profondo di condividere le proprie esperienze, la volontà di intraprendere iniziative comuni, il desiderio di stare materialmente più insieme, insomma momenti in cui si manifesta nel cuore di tutti un amore più profondo per il Signore e per i fratelli; da qui prende l’avvio tutto il resto.
Quando poi ci si rende conto di essere veramente una comunità, nasce spesso un desiderio: quello di ottenere l’approvazione dell'autorità ecclesiastica. Se questa esigenza è frutto dello Spirito, scaturisce da due atteggiamenti: la fede nella potenza della benedizione di coloro ai quali il Signore ha detto: "Ciò che legherete o scioglierete sulla terra, sarà legato e sciolto nei cieli" (cfr. Mt 18,18); e la convinzione che la vera crescita spirituale si realizza sempre in comunione con tutta la Chiesa, anzi nella consapevolezza che la comunità è un dono di Dio e che ci è dato per costruire una più grande unità, quella della Chiesa.
Lo Spirito Santo infatti ci fa capire che le comunità, in maniera più profonda forse che i gruppi, sono cellule e membra vive della Chiesa nella misura in cui sono unite al corpo. Forse qualcuno potrebbe pensare che sia i gruppi sia le comunità sorte nell'ultimo ventennio portino divisione e che forse non dovrebbero esserci. Al contrario, con tutti i limiti umani, i gruppi e le comunità ecclesiali sono doni del Signore per costruire la sua Chiesa, per realizzare l'unità secondo i disegni di Dio.
Quando il Signore fa fare il salto di qualità dal gruppo alla comunità, si desidera inoltre darsi delle regole, uno statuto che fissi i principi evangelici le finalità che sono alla base di una determinata comunità. Ciò è necessario e molto utile per le persone che la costituiscono, perché ricordino l’impegno reciproco e facciano memoria l'un l’altro del progetto di Dio.
Tali regole sono necessarie anche per tutti coloro che in seguito ne entreranno a far parte, per riconoscere la volontà del Signore, accettando principi e regole di quella comunità in cui si sentono chiamati.
Concludendo, ognuno di noi è chiamato a crescere nel Signore, ma è lo Spirito Santo che alimenta tale crescita; pertanto anche la comunità è dono del Signore, ed è una vera e propria vocazione, a cui molti sono chiamati ma non tutti.
Se da una parte perciò l’iniziare un cammino comunitario può essere motivo di "vanto" perché si sta camminando nel Signore, dall'altra però non tutti sono chiamati a tale cammino. L'importante è crescere secondo la volontà di Dio, lì dove lui ci ha messi e ci ha destinati, senza adagiarsi o senza sentirsi arrivati.
La nostra tensione spirituale deve essere sempre verso il massimo. Non spetta a noi decidere quando e dove... (p. G.M.)
Da un intervento di p. Gian Marco Mattei sulla rivista “Rinnovamento nello Spirito Santo”, Gennaio 1995
Dalla sintesi della relazione finale di Salvatore Martinez al Convegno Animatori 2015:
«Vogliamo che i nostri gruppi e le nostre comunità abbiano un nuovo battesimo e si chiamino “comunità di misericordia”. Vogliamo che i nostri sacerdoti in questo Anno si chiamino “missionari della misericordia”; che i nostri giovani si chiamino “sentinelle della misericordia”, che i nostri anziani siano intercessori di misericordia, che le nostre famiglie siano case di misericordia, che i nostri animatori e responsabili siano tutti testimoni di misericordia.


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