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L'imposizione delle mani da parte dei laici

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L'imposizione delle mani da parte dei laici
 
L’imposizione delle mani da parte dei laici

Caratteristica della preghiera del Rinnovamento è la gestualità. Il gesto che colpisce di più è l'imposizione delle mani da parte sia di laici che di sacerdoti. Quest'articolo, apparso sulla rivista Rinnovamento nello Spirito a firma di Pelio Fronzaroli, vuole spiegare le motivazioni e il significato di tale gesto, su basi scritturistiche.

Per la maggior parte dei cristiani l’unico gesto compatibile con la preghiera è il segno della croce. Non c'è da stupirsi perciò se al primo incontro con un gruppo di Rinnovamento la varietà e la frequenza dei gesti lascia perplessi. La prima reazione è quella dettata dalla lunga abitudine alla compostezza e al riserbo, cui si unisce la timidezza di esprimere così apertamente la propria fede. Ma anche quando, dopo qualche tempo, la timidezza scompare, rimangono riserve sull’opportunità e il significato della gestualità del Rinnovamento.
Da un lato si teme che i gesti che vengono proposti, siano riservati dalla chiesa ai sacerdoti nella cornice di liturgie rigorosamente regolate. Dall'altro si attribuisce, almeno ad alcuni di essi, un significato quasi magico.
Il gesto che fa maggiore difficoltà da ambedue i punti di vista è quello dell’imposizione delle mani. Può essere illuminante gettare uno sguardo ai numerosi passi della Bibbia nei quali viene documentata la pratica della imposizione delle mani da parte dei grandi protagonisti della storia della salvezza o di figure meno conosciute.

Questo gesto è più significativo del semplice stendere le mani (per esempio, in Lv 4,22: “Poi Aronne, alzate le mani verso il popolo, lo benedisse”) e anche del semplice toccare (per esempio, in Ap 1,17: “Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere!”) -Poiché viene usato nei momenti più forti della preghiera (la guarigione e l'effusione), si è portati a interpretarlo come un gesto di benedizione solenne che potrebbe assicurare, di per sé, l'efficacia del rito.


L'imposizione delle mani nell'Antico Testamento e i suoi diversi significati

Alcuni dei passi dell'Antico Testamento, in cui è descritto, potrebbero farlo credere: “Israele stese la mano destra e la pose sul capo di Efraim, che pure era il più giovane, e la sua sinistra sul capo di Manasse... E li benedisse” (Gen 48, 14 ss).
Ma già quando il gesto è ricordato nel rituale dei sacrifici, questa spiegazione comincia a sembrare inadeguata. In questi casi infatti l'offerente “poserà la mano sulla testa della vittima” (Lv 1,4), prima che questa venga immolata e i sacerdoti offrano il sangue e lo spargano intorno all'altare.
Questo rito, che era prescritto sia per il sacrificio per il peccato (Lv 4,4): “Poserà la mano sulla testa del giovenco e l’immolerà davanti al Signore”), sia per il sacrificio di comunione (Lv 3,2), non può avere il significato di una benedizione della vittima. Posando la sua mano sulla testa dell'animale, l'offerente intende invece trasferirgli qualcosa di se stesso, farne il suo rappresentante.
In altre parole, in questi casi, il gesto esprime molto chiaramente che la vittima muore al posto dell’offerente.

Questo significato è particolarmente evidente nel rito del grande giorno dell’espiazione, dove l’imposizione delle mani indica il trasferimento dei peccati e delle colpe: “Aronne poserà le mani sul capo del capro vivo, confesserà sopra di esso tutte le iniquità degli israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati e li riverserà sulla testa del capro; poi... lo manderà via nel deserto” (Lv 16,21).
In questo rito solenne, che si ripeteva ogni anno, l’animale portava lontano, in una regione solitaria, tutte le colpe del popolo.
Lo stesso gesto è descritto anche in relazione a un giudizio: “Conduci quel bestemmiatore fuori dell’accampamento; quanti lo hanno udito posino le mani sul suo capo e tutta la comunità lo lapiderà” (Lv 24,14).
Poiché a quel tempo l’intera comunità era ritenuta responsabile delle colpe di ciascuno dei suoi appartenenti, l’imposizione delle mani era necessaria per trasferire la responsabilità collettiva sul vero colpevole.

Infine, l’imposizione delle mani era il gesto che significava la trasmissione a un’altra persona di un compito o di una funzione.
Quando Mosé, vicino alla morte, chiese al Signore di designargli un successore a capo della comunità, il Signore indicando Giosuè prescrisse: “Porrai la mano su di lui; lo farai comparire davanti al sacerdote Eleazaro e davanti a tutta la comunità, gli darai i tuoi ordini in loro presenza e lo farai partecipe della tua autorità, perché tutta la comunità degli Israeliti gli obbedisca” (Nm 27,18 ss). E il Deuteronomio precisa che “Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui” (Dt 34,9).

L'imposizione delle mani nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento vediamo che l’imposizione delle mani era usata da Gesù come gesto di benedizione.
Dopo aver rimproverato i discepoli che volevano allontanare i bambini, egli “ponendo le mani sopra di loro li benediceva” (Mc 10,16).
Con questo stesso gesto compiva la guarigione dei malati (Mc 6,6: “Impose le mani a pochi ammalati e li guarì”). Il fatto era noto a Giairo che, venuto a pregarlo di richiamare in vita la figlia già morta, gli dice semplicemente: “Vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà” (Mt 9,18).
Lo stesso faranno i credenti: “imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16,18).
Negli Atti vediamo infatti Anania che impone le mani a Paolo: “e improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista” (At 9,17 ss).
Lo stesso Paolo, durante il soggiorno a Malta, guarisce in questo modo il padre di Publio: “dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì” (At 28,8).
Come nell'Antico Testamento, anche nella chiesa primitiva l’imposizione delle mani poteva significare la trasmissione di compiti o di uffici.
- l'intera comunità impone le mani su Barnaba e Paolo prima della loro partenza per la missione (At 13,3);
- gli apostoli impongono le mani sui sette diaconi affidando loro il servizio delle mense (At 6,6).

Infine, l’imposizione delle mani è il gesto che comunica ai battezzati lo Spirito:
E non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo e parlavano in lingue e profetavano” (At 19,6).
A questo proposito è bene notare che l'imposizione delle mani non è il mezzo per trasmettere il dono di lingue e gli altri carismi, anche se questi si manifestano, di solito, come conseguenza della presenza dello Spirito. Il racconto del viaggio di Pietro e Giovanni in Samaria (At 8, 15-17) mostra che l'imposizione delle mani intendeva trasmettere la pienezza di quello stesso Spirito che gli apostoli avevano ricevuto nella Pentecoste (At 2, 1-3).
E' evidente, in tutti i casi citati, che lo stesso identico gesto esprime realtà molto diverse: dal semplice segno di appartenenza o di assunzione di qualcuno a quello di trasferimento di responsabilità o di benedizione a quello sacramentale di deputazione per un compito o una missione.


Sacramenti e sacramentali

A questo punto vogliamo fare una precisazione. Nella Chiesa ci sono i sacramenti e i sacramentali. Questi secondi sono segni sacri; azioni liturgiche, per mezzo delle quali imitando in qualche modo i sacramenti, i fedeli sono orientati ai sacramenti, ricevono benefici spirituali e sono santificate le diverse circostanze della vita (Alcuni esempi: conferimento dell'ufficio a un abate, consacrazione del calice, benedizione della casa... o dell'automobile).
Rimane evidente che noi, nel RnS, attraverso l'imposizione delle mani, non intendiamo fare concorrenza ai sacramentali né tanto meno ai sacramenti.

La Sacra Scrittura dimostra che i laici impongono le mani

Ciò premesso, se ricordiamo i passi citati, dobbiamo affermare che nella Bibbia troviamo numerosi precedenti di imposizione delle mani da parte di laici.
E' un laico Giacobbe che benedice i due figli di Giuseppe; sono laici gli offerenti che impongono le mani sulla vittima; nel sacrificio di espiazione il sacerdote impone le mani solo quando chi ha peccato è lui stesso, (Lv 4,4); è tutta la comunità a imporre le mani sul bestemmiatore. Ancora più significativo è il fatto che quando Gesù impone le mani, egli agisce in veste di laico rispetto agli ordinamenti della comunità giudaica. Nella chiesa primitiva è un laico, Anania, che impone le mani a Paolo, ed è tutta la comunità che impone le mani su Paolo e Barnaba.

L'imposizione delle mani da parte dei laici continua a essere praticata nei primi secoli delia Chiesa. Solo a partire dal quarto secolo si cominciò a riservare questo gesto ai sacerdoti, pur rimanendo permesso ai laici, in certe occasioni anche nella liturgia, come nel rito del battesimo. Nella pietà popolare questo gesto è ancora vivo in alcune regioni d'Italia, per la benedizione dei figli da parte del padre (per la zona di Pisa l'abbiamo visto documentato in un film recente).

L'imposizione delle mani non è dunque qualche cosa di simile ad un sacramento che conferisce la grazia ex opere operato, non è un'azione liturgica simile ai sacramenti, ma è un gesto legato alla preghiera fraterna, che risponde ai bisogni della vitalità cristiana e può essere ripetuto in occasioni diverse.
Nel RnS l'occasione più importante è la preghiera di effusione. Di solito è una preghiera comunitaria, dietro richiesta della persona su cui si impongono le mani, per fini diversi e secondo i suoi bisogni: per una guarigione, per una grazia di illuminazione, per una situazione difficile, per ottenere forza nell'apostolato.
E' un’espressione concreta e sensibile di quella solidarietà che nel Rinnovamento di Pentecoste non è una parola vana (Laurentin).
Né è un gesto magico, efficace di per sé, ma un segno che testimonia la trasmissione di un'esperienza. Mentre il fratello chiedendo la preghiera di effusione testimonia la sua accettazione consapevole adulta e matura della signoria di Gesù, la comunità che prega imponendo le mani attesta la propria fede nel Cristo risorto.
Il gesto significa che l'esperienza carismatico-missionaria della chiesa, iniziata il giorno di Pentecoste, arriva attraverso una catena ininterrotta di testimoni fino al fratello per cui si sta pregando.
La stessa esperienza dello Spirito e la stessa fede nel Risorto attestiamo con l’imposizione delle mani nella preghiera di guarigione, mentre presentiamo il fratello sofferente all'amore misericordioso del Padre.


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