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Povertà e comunità

Vita comunitaria
Comunità carismatica, povertà e comunione
La povertà interiore di alcuni serve più della super-carismaticità di altri.
Comunità carismatica, povertà e comunione

Una comunità veramente carismatica è una comunità di poveri che mettono in comune le singole povertà.
Fermiamoci un momento a ri­flettere: Cosa è questa povertà inte­riore?
E’ quella stessa che Gesù ci in­dica sul monte delle Beatitudini quando dice:
“Beati i poveri in Spirito per­ché di essi è il Regno dei cieli.”
I poveri che indica Gesù sono i credenti: coloro che danno a Dio fiducia incondizionata, gli anawim dell’antico testamento (anawim = umiliati, colpiti, disprez­zati, coloro che sono stati emar­ginati...) e malgrado ciò sono ri­masti fedeli a Dio e si offrono di servirlo.
Ricordiamo per un momento (Mt 5,3) il pubblicano e il fariseo: il primo si batte il petto e assomi­glia al povero mentre il fariseo è il prototipo dell'orgoglioso, che si compiace dei suoi meriti. L'or­goglioso non è solo colui che si vanta, ma colui che nel fondo del­la propria coscienza si sente a po­sto, si sente autosufficiente e che ripone fiducia in se stesso.
Maria si considera la più picco­la delle creature, per questo è la più grande nel Regno dei cieli, ed è significativo che la chiesa nel Veni Creator chiama lo Spiri­to Santo “Padre dei poveri.”
Gesù era il più povero dei poveri, talmente vuoto di sé che poteva riempirsi del Padre.
Non è facile per la nostra na­tura acquisire la povertà interio­re, ma dobbiamo sforzarci e an­dare ai nostri gruppi con la con­sapevolezza che la povertà è par­te dell’esperienza di fede.
POVERTA’ + COMUNIONE = COMUNITA’ CARISMATICA
Il gruppo è l’ambiente in cui ha inizio l'esperienza di fede, ma che tende ad essere comunità di fratelli perciò:
⦁ Il primo passo nel gruppo è l’esperienza dell’amore e della presenza di Dio in noi.
⦁ Il secondo passo è l’offerta di se stessi a Dio e ai fratelli;
E’ così che nasce la comunità carismatica: dalla povertà unita alla comunione fraterna.
“Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.
Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.” (1 Cor 2, 1-5).
(Tratto da un articolo di Milena Doviziani apparso sulla rivista del Rinnovamento, 1987)


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