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La precarietà esistenziale

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Giovani. Verso il Sinodo
La precarietà esistenziale. Il disagio dei giovani
Una società che non dà risposte.
LA PRECARIETA’ ESISTENZIALE

Aspettare, temporeggiare, rimandare, procrastinare: il “lessico familiare” dei giovani adulti del terzo millennio si nutre di interminabili attese, soste forzate, continui rinvii. Un'esistenza spesso “congelata”, in sospeso, in cui progetti, aspirazioni, propositi di cambiamento faticano a trovare cittadinanza e vengono sistematicamente messi in stand-by in attesa di tempi migliori, di una maggiore stabilità economica o affettiva, di uno stipendio più alto, di una casa più grande o, più semplicemente, del momento giusto.
Che si tratti di andare a vivere da soli, di intraprendere un nuovo percorso professionale, di sposarsi o di mettere al mondo un figlio, la costante che sembra accompagnare ogni decisione importante è la tendenza a rinviare, a prendere tempo. In molti casi, essa è il frutto di circostanze oggettive, l'inevitabile conseguenza della strutturale precarietà economica e lavorativa che, quasi fatalmente, si traduce in precarietà esistenziale. E’ una precarietà che rende impossibile immaginare un progetto di vita a lungo termine, e diventa necessità di ritardare alcuni passaggi decisivi nel percorso di crescita verso la realizzazione della propria vita.

Talvolta, però, l'abitudine a differire e rimandare ogni scelta è dettata dalla paura di sbagliare, dal timore di non essere pronti a compiere un passo importante e definitivo, correndo il rischio di rimanere intrappolati in un destino irreversibile.
Tanti giovani scelgono allora di rimanere fermi ai pit-stop, di lasciare in sospeso i propri piani per il futuro, di mettere “sottovuoto” sentimenti, speranze, progetti e aspirazioni in attesa di poterli “scongelare” al momento opportuno, augurandosi che, con il passare dei mesi e degli anni, conservino il gusto e la brillantezza originari e non finiscano con l'avvizzire e trasformarsi in fossili ormai dimenticati.

Un'esistenza vissuta in pienezza impone, invece, apertura verso il “nuovo”, la volontà di migliorarsi e progredire continuamente, la capacità di adattarsi creativamente alle circostanze che la vita offre ad ognuno, facendone il punto di partenza per costruire una biografia singolare e irripetibile.
(Tratto da un articolo di Alessandra Mastrodonato su: Il Bollettino Salesiano)

Questo testo pone un interrogativo: Come può la fede aiutare un giovane che vive queste difficolta? Che risponde la fede? E’ possibile dire “La fede è un’altra cosa”? E’ possibile mettere la fede sul piano spirituale e i problemi quotidiani su un altro piano distinto e non comunicante?
Il disagio sociale dei giovani ha molte risposte facili.
- Abbiamo costruito (altri hanno costruito) una società sbagliata, e tutti ne paghiamo le conseguenze. Certo, e poi?
- Come genitore prego affinché mio figlio trovi un posto di lavoro. Certo, e gli altri? E i tuoi nipoti?
Non esistono soluzioni facili. Forse non esistono affatto soluzioni al questo disagio sociale, così come non ne esistono alla salute che si corrompe, alla malvagità, alla morte.
La fede non si estrania dai problemi, non vive su un piano diverso, ma li compenetra, li riveste con la virtù della speranza. Non è mai esistito un mondo privo di problemi e ricco di fede, ma l’uomo da sempre vive la sua fede contemporaneamente ai suoi tormenti quotidiani.
La misericordia di Dio, che passa attraverso la misericordia degli uomini, comprende, sostiene, fortifica la speranza.


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